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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

Rosa

14 Maggio 2007 2 commenti


“Nessun’altra voce come quella di Rosa Balistreri, riusciva ad esprimere in senso piu’ compiuto i toni drammatici di una Sicilia che sembra uscire gonfia di dolore e di speranze dalle modulazioni di un sentimento antico.”
Povera e orgogliosa, varcò anche lei i confini in cerca di fortuna. Non scelse una città industriale dove il prezzo più costante che si paga al pane è l’atrofia del cuore. Da Licata sbarcò a Firenze, dove la sua esperienza di emigrante si sarebbe maturata nel tirocinio di nuovi sacrifici, costantemente rivolta a indovinare lo scopo preciso della sua esistenza.
Ha iniziato la sua attività nell?ambito del Nuovo canzoniere italiano, prendendo parte nel 1966 allo spettacolo «Ci ragiono e canto» e da allora ha svolto un?intensa attività concertistica sia in circuiti tradizionali teatrali (Manzoni a Milano, Carignano a Torino, Metastasio a Prato) sia nei festival dell?Unità e simili. Da ricordare anche la sua partecipazione alla contestata edizione di «Canzonissima» 1974 nonché a «Ci ragiono e canto n. 2».
Il tesoro di Rosa non era tanto la voce,originalissima dal timbro forte e penetrante, quanto la proiezione nella sua memoria di tutte le canzoni che aveva ascoltato in Sicilia, in assolate campagne o in riva al mare d’Africa che corrode col vento e la salsedine la costa di Agrigento. L’ Isola cantava in Lei. Una voce affondata in radici di un canto senza tempo, vivo di immagini e di commozioni nella persistente attualità dei pochi temi che hanno sempre alimentato il dolore e l’amore della Sicilia. E qui maturarono sicuramente i temi e le scelte che hanno fatto grande il suo repertorio tramutando la vicenda d’arte in lezioni di civiltà e di vita che portò su quasi tutte le piazze d’Italia fino all’estremo della sua esistenza.
La sua matrice è quella dell’impegno sociale (aveva una carica umana non comune), dell’amore che consuma, del dolore. Alle spalle della Balistreri c’era la migliore tradizione della canzone popolare siciliana, che non è certamente quella altrove impiegata per i più facili consumi di un malinteso senso del folklore.
I testi da Lei interpretati con intensa drammaticità e passione, provengono in parte dalle raccolte di Alberto Favara e in parte ripescati nell’entroterra siciliano dove le vecchie “canzuni” riescono ancora a ravvivare la fantasia di un popolo che vive attanagliato nelle antiche paure e sollecitato dall’antica rabbia. Sono canzoni che parlano di desideri mai avverati, pertanto hanno spesso il carattere dell’invocazione e della preghiera perché la “grazia dell’affrancazione delle tirannie si avveri”. Da ciò deriva il carattere religioso di molte canzoni, una religiosità schietta e non ossessiva.
Di Rosa Balistreri e’ stato detto che può essere considerata l’ Amalia Rodriguez della Sicilia: un paragone che esalta, nella misura in cui riesce a partecipare nel difficile contesto di tutta la musica popolare, il cuore di un’isola che non ha mai finito di soffrire e di amare. Lei rappresentava la Sicilia, la musica folk siciliana, nenie, cantilene, filastrocche, tutti i canti popolari della sua Licata venivano proiettati in tutta Italia e presumibilmente in tutto il mondo.
A questa donna, immagine simbolica del folk siciliano amica di artisti ed intellettuali quali Renato Guttuso, Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta che a lei aveva dedicato alcune tra le liriche più belle, il Comune di Licata ha intitolato una strada, una manifestazione che ogni anno, a settembre, (per la precisione è morta il 21 settembre 1990 a Palermo) si tiene puntualmente a Licata ed un Centro Culturale, che permetteranno di ricordarla ai più giovani che non hanno avuto modo di conoscerla e di ascoltare i suoi canti.
Fonte del materiale:Archivio del CSSSS
L’incontro con Rosa Balistreri ricordato da Ignazio Buttitta (20 ottobre 1984)
Io ho incontrato Rosa Balistreri a Firenze, circa 22 anni fa, in casa di un pittore mio amico. Quella sera Rosa cantò il lamento della morte di Turiddu Carnivali che è un mio poemetto. Io quella sera non la dimenticherò mai. La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato, pareva che venissero dalla terra arsa della Sicilia. Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre, di averla vista nascere e sentita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, donna, madre, perchè Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza volto.
Rosa Balistreri è un personaggio che cammina sopra un filo che ha un cuore per tutti, che ama tutti; un cuore giovane per la Sicilia di Vittorini e di Quasimodo, un cuore giovane per la Sicilia di Guttuso e di Leonardo Sciascia.
Tutte le canzoni di Rosa costituiscono nel loro insieme un patrimonio artistico e culturale inestimabile la cui diffusione, soprattutto per le nuove generazioni e proprio in questo periodo, riteniamo risulti di fondamentale importanza.

Renato Guttuso

7 Aprile 2007 5 commenti


Da Bagheria, 1912, a Roma, 1987. In questo arco di tempo si svolge la parabola esistenziale e artistica di Renato Guttuso. Nasce a Bagheria, in Sicilia, nel 1912 (lo stesso anno di Aligi Sassu). La sua esistenza vira da un’ipotetica laurea in legge alla carriera di pittore. Dai primi quadri raffiguranti i suoi contadini siciliani e compaesani, sino al celebre “Fuga dall’Etna” del 1937, o all’altrettanto celebre Vuccirria, il mercato popolare di Palermo. Già da ora, il pittore insegue un’esecuzione prettamente figurativa a cui fanno da corposo contraltare contenutistico temi ancorati al mondo contadino, rurale, popolare: temi sociali o soggetti dichiaratamente politici. Poi giunge a Roma e forma un gruppo con i pittori Birolli, Fontana e Persico.
Scoppia la seconda guerra mondiale e l’artista dipinge una serie di quadri dal titolo “Gott mit Uns”, “Dio è con noi”, motto inciso sulle fibbie dei soldati tedeschi. La sue verve di polemista affiora di prepotenza. Guttuso non tradirà mai la sua personale “campagna di idee”, che raggiungerà l’acme con “I funerali di Togliatti”, opera manifesto dell’antifascismo.
Nel dopoguerra segue stilisticamente il primo periodo di Pablo Picasso, quello cosiddetto “Blu”. Nel 1946 fonda con Birolli, Vedova, Morlotti, Turcato il Fronte Nuovo delle Arti.
Nel 1968 esegue quadri che riflettono la situazione europea e francese. Si reca a Parigi dove ritrae i giovani nelle prime marce di protesta in quello che diverrà nel tempo il leggendario “maggio francese”. Dal 1969 vive stabilmente a Roma, nella leggendaria via Margutta, la strada dei pittori, con la sua compagna Marta Marzotto, la splendida contessa ex mondina e modella. E’ il periodo ? per così dire – intimo dell’artista. Inizia ora infatti una serie di quadri prettamente autobiografici, tra i quali spicca forse uno dei suoi capolavori, “Strega Malinconica”, del 1982.
Guttuso è un pittore che nonostante viva in un lasso di tempo fitto di mutamenti, sociali e culturali, e nonostante li viva tutti da assoluto protagonista, non cambia il proprio stile figurativo. Rimane in fondo sempre il pittore illuminato dalla sua rigogliosa e stellante Sicilia. La sua umanità è dipinta sempre con un tortuoso plasticismo. Nella forma umana, nervosa e tesa, ma sempre riconoscibile, e che lui concentra nella tela, c’è già tutto il dolore del mondo.

Il carnevale in Sicilia

18 Febbraio 2007 1 commento


Il carnevale acese vanta un’antica tradizione, e già dalla fine del’500 se ne parla. Chiaramente la manifestazione non aveva un’organizzazione ed aveva carattere spontaneo, però alcuni particolari ci fanno capire che era piuttosto sentita e rinominata, e la partecipazione di popolo era pressoché totale.

Già nel 1600 nel territorio di Aci vi era l’usanza di organizzare delle vere e proprie battaglie con lanci di agrumi e questo gioco, se cosi si può definire, continuò per lunghi anni.

Ma nel 1612 un bando della Corte criminale di “Jaci ” vieta categoricamente ai cittadini di qualunque ceto, di ” giocare ” al tiro di arance e limoni durante il periodo di ” carnelivari ” a causa di gravi fatti ( feriti e danni alle cose ) accaduti negli anni precedenti. Tale usanza è tutt’oggi in voga nella lontana Ivrea, anche se la matrice con quella acese è sicuramente diversa, però quella acese ha il privilegio di essere nata molto tempo prima.

Nel 1600, secolo ove certamente vigevano rigide leggi, per carnevale era l’unico periodo dove si dava adito alla satira, allo scherzo e al mascheramento senza alcun vincolo di sorta, potendo così prendere in giro nobili e potenti.

Nel 1667 in Sicilia si ha la comparsa di una maschera, l’Abbatazzu, con l?intenzione di mimare nobili o membri del clero, portando un grosso libro da cui facendo finta di leggere sentenziava battute satiriche. Cosi nacque la satira con l’autorizzazione del Vescovo di Catania Bonadies.

1693? La catastrofe l’anno del terremoto in cui il tempo, per i cittadini, sembra fermarsi e non vi fu alcuna manifestazione di nessun genere per il grande lutto, infatti fu emanato un decreto che vietava ogni festeggiamento. Lo spirito carnevalesco del cittadino acese prevalse sulla drammaticità della situazione e ricomincio il festeggiamento del carnevale. Dopo lunghi anni all?inizio del 700 si affiancano altre maschere come i Baruni che con i loro costumi rassomiglianti abiti nobili prendevano in giro l’aristocrazia. Poi vi erano i Manti, con intento di mantenere l’anonimato a chi l’indossava. Passa un altro secolo, ed entriamo nel 1800, il Carnevale di Acireale che già vanta una lunga tradizione, si arricchisce sempre più con l’ingresso dei ( landaus ) nobili con le loro lussuose carrozze addobbate partecipavano alle sfilate tra la folla, lanciando confetti colorate. Questa ” sfilata ” prendeva il nome casariata, che percorse la sfilata dei carri.

Nel 1880 con l’esperienza artistica degli artigiani acesi già, dal’600 esperti nella lavorazione della cartapesta, che utilizzavano per costruire statue, si da inizio alla realizzazione dei primi carri allegorici. Tirati da buoi, sfilando per le strade cittadine, suscitando la curiosità di molti turisti e non. Intanto nel 1929 ad Acireale venne fondata l’Azienda Autonoma della Stazione di Cura, la quale fu proposta a pianificare ed organizzare la manifestazione carnevalesca. La tradizione dei carri non è una peculiarità acese, tale usanza fin dal 1601 nella vicina Palermo circolavano già i primi carri allegorici. Ma gli acesi hanno il privilegio non solo di aver rinnovato di anno in anno la tradizione con lavori sempre più sofisticati, ma anche di aver creato la variante dei ” carri infiorati “. L’idea di addobbare con fiori l’autovettura era venuta, nel 1930 ai nobili acesi. Cosi per la prima volta si vedono sfilare le prima auto ricoperti di fiori in occasione del Carnevale di Acireale, che tutt’oggi per bellezza e per grandezza non hanno niente da invidiare a quelli di cartapesta. Ma l’artigiano acese non finisce mai di stupirci, negli anni ’50 – ’60 un’altra trovata fu quella di realizzare i ” lilliput “, carri allegorici o infiorati in miniatura per la gioia dei bambini.

In questi anni oltre al tradizionale spettacolo di cui: i carri allegorici, dei balli, delle maschere, con la partecipazione del popolo venivano organizzati dei giochi popolari in piazza Roma, nel quartiere dei Cappuccini. Uno dei più noti era il gioco della ‘ntinna, un albero della cuccagna nostrano; a manciata nta maidda, dove i giocatori con le mani legate dietro la schiena doveva mangiare dentro una maida ricolma di maccheroni al sugo; salsiccia e polpette. Vi era il gioco du tavulazzu, la corsa coi sacchi, etc. L’indice del temperamento giocoso degli acesi ebbe i suoi “nobili rappresentanti” in alcuni personaggi, che con i loro travestimenti costituivano una attività in più, Indimenticabili Cola Taddazza, Quadaredda e Ciccitto, che per i loro modi e per loro notorietà, rimangono le ” maschere ” per eccellenza di Acireale.

Dal 1970 al 1995 ” il più bel Carnevale di Sicilia ” , si perfeziona e si assesta, diventando sempre più importante e soprattutto affinandosi nella costruzione di Carri allegorici ( sempre più sofisticati e colorati ) e Carri infiorati ( sempre più Mastrodontici ) , che raggiungono un livello d’importanza pari ai primi.

1996.. Periodo di soddisfazione e orgoglio per ” Il più bel Carnevale di Sicilia “, dopo secoli di fedeli alla tradizione, per la prima volta, Acireale ha la lotteria nazionale assieme a Viareggio e Putignano.

Il carnevale in Sicilia

17 Febbraio 2007 4 commenti


Il Carnevale di Sciacca è una grande festa popolare e una tradizione antica che richiama nella città termale migliaia di visitatori provenienti da tutta la Sicilia e da altre regioni d?Italia. Le origini del Carnevale saccense risalgono al 1616 circa, quando il vicerè Ossuna “buttò bando l’ultimo di Carnevale, che ognuno s’avesse di vestire in maschera”.

Il Carnevale di Sciacca è citato anche dallo storico palermitano Giuseppe Pitrè. Inizialmente il Carnevale era una festa paesana a base di salsiccia e vino in cui i notabili della città si mascheravano da gente povera.

Alcuni mesi prima della festa, inizia la costruzione degli enormi carri allegorici, realizzati da costruttori che da cent’anni si tramandano l’arte della lavorazione della cartapesta. Il Carnevale dura circa 7 giorni e si conclude nella centralissima piazza Angelo Scandaliato con il tradizionale rogo del “Peppe Nnappa”, maschera simbolo del Carnevale di Sciacca.
Le originalità del Carnevale di Sciacca sono: i copioni (recite) e gli inni (canzoni) originali, i gruppi mascherati, il coinvolgimento della popolazione, le sfilate nel centro storico, le coreografie originali.

ma dove siamo….in arabia o in terra cristiana?

4 Gennaio 2007 Nessun commento


“Ma dove siamo, in Oriente o in Occidente, siamo in Arabia o in terra cristiana? Cos’è questa confusione di monumenti, questa babele di epoche, lingue?” declamava la voce narrante. Eravamo in Sicilia, e la Natività era posta sotto le vele dell’abside, tra le colonne di una chiesa barocca diruta.

Concludeva la voce narrante: “Ecco il prodigio: è il riso del Bambino di Betlemme, dei bambini di Palermo e d’ogni luogo del mondo. E’ l’amore, la pace, il messaggio antico e sempre nuovo del Natale”.

Vincenzo Consolo

Bbammineddu

26 Dicembre 2006 1 commento


O Bbammineddu (e) quantu siti bbeddu,
viniti a la me casa si vi piace,
ah … ah!
Oh … oh!
Ora ca li pasturi sunnu già arrivati,
i longa via sunnu vinuti,
ah … ah!
Oh … oh!

U Bammineddu nta la naca ciancìa
e l’ancilu Gabrieli lu nacava.
Tri palureddi santi ci diciva:
“Dormi figliu, s’amatu di Maria”.
E li pasturi già l’amm’adunari,
oh … oh!
Oh! … oh!

ank’etno fest

22 Novembre 2006 6 commenti


percorsi sonori a sud…
Riferimenti: http://www.anketno.it

La mia vita vorrei scriverla cantando

10 Novembre 2006 9 commenti


La mia vita vorrei scriverla cantando; ma ho la chitarra scordata e la voce catarrosa: sarebbe una suonata ai sordi.
Vero, che è meglio cantare male che piangere bene, ma come faccio? Mi raccomando al Signore? Così faceva la balia che mi allattò: chiudeva la porta , accendeva il lume, mi stendeva sul letto e cominciava a pregare. <> Si rivolgeva a me :<>. Io ripetevo, e lei continuava. <>. Io ripetevo, e lei:<>. Ripetevo e tremavo. Un?ora, due ore di preghiere; con il vento che entrava dalle fessure a frecciate, e il gatto lamentoso nell?angolo.
Quelle preghiere sguazzano ancora nella mia memoria ; seguitai a ripeterle tutte le sere sino a dopo sposato; incredulo, che arrivassero in cielo, e che il pane e il lavoro lo mandasse il Signore.
Mi pareva di parlare agli uccelli. Ma per addormentarmi, non c?era verso, dovevo recitare quelle preghiere; e poi farmi il segno della croce. Era come se avessi contratto un vizio.
Dopo anni, ed avevo i capelli bianchi, non dissi più le preghiere, facevo solo il segno della croce.
Vorrei scriverla cantando la mia vita: una serenata.
L?intenzione è buona; ma mi accorgo che gli strumenti ci vogliono tutti.
Ci vuole il piano, il violino, la tromba?..anche le campane. La chitarra non basta.
La vita non è soltanto rose e fiori. È un romanzo, un romanzo al giorno cantato in do minore e in do maggiore.
Se fosse coricarsi la sera ed alzarsi la mattina, addormentarsi bambino e svegliarsi vecchio, la canterei in tre minuti.
I.B.

il mare e novembre…

9 Novembre 2006 2 commenti

il mare e novembre… la mia città senza sole, sembra quasi offesa… in castigo… sprecata… inutile… eppure per contrasto… fascinosa… figlia di una malinconia che incanta… e imprigiona silenziosa… insinuandosi fra le pieghe del tempo…
mi ricordo le lunghe passeggiate in moto a prendermi un malanno, col vento che spirava e l’acqua che mi accarezzava il viso… anche quindici anni fa c’era l’obbligo del casco… come penso da sempre… ma non era come ora… o forse è soltanto che ho preso la patente… e ho cambiato… quante macchine?
il mare e novembre… è una cosa che non c’entra… è un’immagine “poetica”? che cerco di fermare come una fotografia farebbe… e come un bambino non smetto di fantasticare… eppure non ci riesco… e le curve del lungomare che percorro non potranno riportarmi indietro…
il mare e novembre… e la mente si protende verso un dove indefinito… per ricominciar che cosa? se non è più la stessa cosa… e io sono ancora io? e se la strada è la stessa… perchè cambia l’orizzonte? saranno le case e i ristoranti nuovi, i lidi che han cambiato nome… perchè non ho più quella stessa percezione? perchè l’intensità delle sensazioni che mi han riportato qui… si è colorata di tristezza? perchè la nostalgia è velata di un’ironia sottile… che sa come farmi male? ma soprattutto, perchè conosco la risposta? e non so come giustificare questa strana forma di disagio? come se mi prendessi in giro…
mentre le luci del porticciolo sembrano riavvolgermi come si fa con un nastro… spengo l’ipod… le palme sono sotto le coperte… quasi atterrite dalle ombre… ed è come se mi risvegliassi di colpo… da un ricordo… di un tempo che mi appare lontanissimo… la mia città… sempre la stessa… immutabile, come una cultura… raccoglie i cocci dei miei pensieri… che in fondo tutto cambia per non cambiare niente… e io ho sempre me dopo tutto… il mare e novembre… anche se non è più la stessa cosa…

M.M.

Le ali della sfinge

9 Novembre 2006 3 commenti


Un nuovo splendido poliziesco con protagonista il commissario più amato d’Italia. In una vecchia discarica è stato trovato il cadavere di una ragazza. Nuda, il volto devastato da un proiettile, niente borse o indumenti in giro. Solo un piccolo tatuaggio sulla spalla sinistra – una farfalla – potrebbe favorire l?identificazione della donna.