firenze

8 Novembre 2006 3 commenti


foto scattata da un fan dei musicanti ad una vetrina di un negozio di dischi a firenze.

L?errore di Merlo sulla Sicilia di Camilleri

7 Novembre 2006 1 commento


Ho letto con attenzione l?articolo che Francesco Merlo ha dedicato a Camilleri e alla sua Sicilia su ?La Repubblica? del 23 ottobre scorso, in occasione degli ottanta anni dello scrittore siciliano.
Condivido quanto dice Merlo dei siciliani comodi ?dentro un cliché in una isolatissima isola senza ponti?. Condivido perché, da siciliano, riconosco la rabbia di un siciliano che giorno dopo giorno vede franare la specificità culturale della Sicilia, l?aristocratica diversità regionale che per secoli ha caratterizzato la nostra regione, per lasciare il posto a qualche suo cascame degradato fatto di folklore, tarantelle, carretti siciliani, coppole ecc?. desolante panorama che richiama l?immagine dei cocci dei servizi da tè tra le macerie di un bombardamento.
Anche Nuccio Vara, nel recente saggio ?Sotto un cielo implacabile? (Coppola Editore), descrive una situazione simile: ?L?idea di Sicilia per secoli [?] ha rimandato ad una Signoria della cultura, tale perché unica nel panorama nazionale ed europeo, e perché nobile e austera nella unicità (in senso gramsciano) delle sue espressioni popolari e subalterne. Di questa signoria non restano, oggi, neanche le briciole?.
Concordo con questa lettura della situazione siciliana e condivido la stanchezza di Merlo per i siciliani ?contenti di essere descritti come un?umanità a statuto speciale? anche se, a differenza del giornalista di Repubblica, non nutro molte speranze nella ?Sicilia delle professioni moderne, delle università, dei licei e nei famosi mercati [?] ormai internazionali? né ?nell?umanità che frequenta le università? siciliane: ?gli insegnanti, gli studenti, i bidelli?. Credo infatti che proprio le università siciliane e i nuovi professionisti siano tra i massimi responsabili della subalternità culturale in cui si trova oggi la cultura siciliana. Non sono forse stati i baroni universitari, in Sicilia più ottusi e violenti che altrove, ad aver condannato alla subalternità culturale e psicologica prima e all?isolamento poi gli atenei dell?isola e ad aver confuso questo isolamento per ?eccellenza? ed ?esclusività?? Non sono forse i moderni professionisti siciliani i meno professionali d?Italia? La voglia di fuga delle nuove generazioni di siciliani nasce proprio da questa impossibilità di immaginare una vita eccellente nella loro terra, nelle università e nel mondo del lavoro.
Anche se con diversità di accenti, e tolto quel briciolo in più di speranza che sembra nutrire Merlo per il futuro dell?Isola, mi riconosco e riconosco la Sicilia di oggi nelle sue parole.
Fragile, invece, quasi qualunquistico (esiste anche un qualunquismo letterario) mi è sembrato il giudizio riservato da Merlo a Camilleri, accusato addirittura di ?complicità? con ?gli ignavi di Sicilia?. In una sorta di parossismo critico, Merlo arriva a dire ?Ci piace tutto di Camilleri, tranne la sua scrittura?.
Ma prima di affrontare il nucleo più forte delle motivazioni che il giornalista ha portato avanti nella sua condanna senza appello della Sicilia di Camilleri, voglio soffermarmi per poche righe su quella che fra tutte mi è sembrata la più fragile: la presunta influenza nefasta dei libri dello scrittore siciliano sulla percezione che dell?Isola hanno i turisti stranieri. Merlo scrive: ?Mi è persino accaduto di incontrare dei tedeschi che erano stati in Sicilia dopo aver letto Camilleri. ?Ma voi non siete così? dicevano, felicemente sorpresi?. Di questo fenomeno, che Merlo ci presenta quasi come una circonvenzione d?incapaci messa in atto dall?ottuagenario scrittore siciliano ai danni di inermi cittadini tedeschi, troviamo una lettura più convincente nel libro ?L?incontro mancato. Turisti, nativi, immagini? (Bollati Boringhieri) del professore Marco Aime. L?incontro mancato di cui parla Aime è quello tra visitatori e abitanti delle mete turistiche. Un rapporto fatto di qui pro quo, in cui i turisti cercano conferma dell?immagine che si erano fatti del paese che visitano ancor prima di partire; e gli abitanti del luogo, per non deludere le aspettative dei turisti e allettarli a ritornare, cercano di adeguarsi a quelle aspettative dando luogo a delle vere e proprie messe in scena ad uso e consumo dei turisti, servendosi dei più vieti cliché. Questo dà vita ad un gioco delle parti assolutamente surreale il cui risultato finale è la perdita di un?occasione importante: quella dello scambio culturale, dell?incontro appunto, che il viaggio in sé dovrebbe agevolare. Aime porta come esempio la scena del film Crocodile Dundee in cui un aborigeno dice ad un turista che lo sta fotografando: ?Non puoi farmi foto?, al che il turista soddisfatto ?Hai forse paura che questa macchina possa rubarti l?anima??, ?No- risponde l?aborigeno- hai dimenticato di togliere tappo!?. Ci appare quindi alquanto esagerato il grido di allarme lanciato da Merlo contro la Sicilia di Camilleri, perché il reato sussiste si, ma il colpevole non è certo il povero romanziere di Vigata, questo ?incontro mancato? trova le sue cause ben altrove che nelle pagine di un libro edito Sellerio, le trova nei cambiamenti sociologici epocali nati dalla facilità e dalla velocità dei mezzi di trasporto moderni che hanno trasformato ?il viaggio?, parola che richiama l?ormai obsoleto concetto di esplorazione, in mera ?gita?, in cui sulla voglia di conoscere prevale quella di relax.
Ma passiamo alle critiche che il giornalista di Repubblica muove alla Sicilia di Camilleri, il vero nocciolo della questione. Merlo scrive: ?non ci piace la sua Sicilia che è dialetto finto, è marginalità, è caricatura, è surrogato, è l?eco di una voce, l?ombra di una terra? (diversamente Vara riconosce che ?nel lavoro del romanziere di Vigata la storia siciliana, micro e macro, vi ha comunque un peso narrativo?). E ancora ?Il segreto del suo successo è nella ripresa facile, nella volgarizzazione e nell?offerta di tutti i vecchi cliché?.
Ci spiace dirlo, ma questa volta Merlo prende una sonora cantonata nel giudicare i libri e la Sicilia di Camilleri e questo perché sbaglia bersaglio: gli aspetti caricaturali che tanto danno fastidio al giornalista di ?Repubblica?, infatti, non sono da ascriversi alla ?cultura sicilianista? di Camilleri e ai suoi debiti verso la letteratura siciliana, e tanto meno ad un concetto generico di ?letteratura che sempre inventa, deforma e amplifica?; questi aspetti sono da ascriversi ad uno dei cardini del genere letterario di cui si serve (e bene, dato il successo) lo scrittore siciliano: il giallo e, nel caso di Montalbano, il giallo seriale; genere letterario che proprio nella forte caratterizzazione del protagonista-detective (passioni, hobby, tic, ecc.) trova una delle sue caratteristiche peculiari ed uno dei punti di forza che ne hanno sancito il successo internazionale. Anche a me dà fastidio Montalbano quando si ?rompe i cabasisi? qualche volta di troppo, ma non lo accuso di veterosicilianismo esattamente come non mi sognerei di accusare di veteroinglesismo Sherlock Holmes quando esclama ?elementare Watson!?. Nessuno critica Sherlock Holmes per la sua divisa a quadretti o Maigret per la sua passione per i vini francesi, perché dovremmo criticare Montalbano per la sua compiaciuta passione per la cucina siciliana? Perché dovremmo assolvere Watson e condannare Catarella? Solo perché il secondo è siciliano? Vedo nelle critiche di Merlo un riflesso tutto siciliano: proprio lui che critica una certa idea di Sicilia in cui ?un uomo che ride è Liolà, un pranzo è una mangiata, uno sguardo è un ingravidamento?, proprio lui fa diventare uno dei caratteri forti di un intero genere letterario una ?complicità tra il genio dell?autore (Camilleri) e gli ignavi di Sicilia?, la forte caratterizzazione dei personaggi e dell?ambiente in cui si muovono un cliché siculo; e se è vero, come scrive Merlo, che noi siciliani sublimiamo ?con lascivia sentimentale certe orrende cose di noi stessi che ci piacciono tanto quasi fossero anacronistiche virtù?, lui riesce a fare di più: riduce l?aspetto peculiare di un intero genere letterario internazionale in un vizio tutto siciliano, condannando, tramite Montalbano, tutto il genere giallo a non poter essere ?buona letteratura? perché non ?surreale? ma ?sottoreale?. In questo Merlo è più che siciliano, è ?siculo? e sembra anche lui rivendicare la sua ?sicilianità diversa?.
E se Merlo non perdona a Camilleri ?la ripresa facile di tutti i vecchi luoghi comuni, presentati con la semplicità compiaciuta del realismo, quasi fosse il Simenon della piccola gente di Sicilia?, noi non perdoniamo al giornalista siciliano l?incapacità di riconoscere in Montalbano il prototipo di una sicilianità positivamente ?diversa?. Esattamente come in Sherlock Holmes, con il suo sapere puramente tecnico- scientifico (Holmes stesso si definisce come ?il primo detective consulente?) e la sua tendenza all?uso della cocaina, riconosciamo i tratti del primo vero uomo moderno dell?era post industriale, in Montalbano non possiamo non vedere il prototipo del ?siciliano nuovo?, un siciliano riflessivo, competente, con uno spiccato senso civico, che non è vittima né di un anticomunismo né di un anticlericalismo di maniera (entrambi frutto e reazione della cappa democristiana di cui è stata vittima l?Isola per decenni), ma soprattutto un siciliano che non si lascia rinchiudere nella gabbia della famiglia per paura che possa diventare, come spesso accade in Sicilia, ?famigghia?. Agli amici tedeschi di Merlo avremmo risposto: ?ce ne fossero di più di siciliani così!?.
Insomma, ci è sembrato sbagliato nel merito e ingeneroso nei toni il giudizio che Merlo ha riservato alla Sicilia di Camilleri. Ma Riconosciamo nella bravura con cui ha approfittato del compleanno dello scrittore siciliano per portare il discorso sui problemi della Sicilia, lo stesso gradevole respiro delle bracciate pensierose di Montalbano quando prende le distanze (ma non troppo) dalla fin troppo sicula spiaggia di Marinella?
Distinti saluti
Renato Polizzi

a ciascuno il suo

4 Novembre 2006 2 commenti


“Risero tutti e tre. Poi Zerillo disse – Ho saputo una cosa, una cosa che deve restare tra me e voi: mi raccomando… Riguarda il povero Laurana… – Era un cretino- disse don Luigi”

L.S.

… perchè sei tu…

2 Novembre 2006 5 commenti


ogni vota chi ti vire u’ me core si fa un chianto

ogni vota chi ti vire u’me core si fa un chianto iddru sape chi si tu… ma un
tene scantu che un gniornu possa rapire sti occhi accussi beddri e taliare
rintra imia e truvare tutti quante e stiddre…

picchì ogni vota chi mi vire u to core rire picchi penza talia a chisso chi
ancora ci spera…

ma è accussia sangue meo e u nusaccio mancu eo soccu mi pigghia quannu via a
tia
è accussia vita mia è accussia… chi tu si tutta quanta a vita mia

ogni volta che il mio cuore incrocia il tuo sguardo… piange…
(perchè è come se ogni volta ti riconoscesse) lui sa che sei tu… (non c’è
scampo) e che non c’è speranza… che tu un giorno possa trovare nei miei occhi
i tuoi desideri…
perchè ogni volta che il mio sguardo crede di esser giunto a destinazione… i
tuoi pensieri, le tue parole, hanno il sapore beffardo del tempo… decantano
l’ironia triste… del mio amore che resiste… fuori dal tempo e da
qualsivoglia logica… quasi ad irriderlo… perchè anche l’ultimo anelito di
illusione ha passato la mano irrimediabilmente… eppure… eppure…
è così (e non c’è soluzione)… perchè sei tu… perchè sei nel mio sangue, e
ogni volta… nel riverderti… io non finirò mai di riconoscerti… perchè sei
tu… perchè sei la mia vita… e il mio cuore non farà altro che fingere di
disperarsi… beandosi della tua visione… perchè sei tu…

M.M.

La storia di Colapesce

16 Ottobre 2006 1 commento


L’epoca è quello del regno di Federico II di Svevia. Protagonista è Nicola, detto Cola, ultimo nato di una numerosa schiera di fratelli in una famiglia di umili pescatori.
La capanna nella quale vivevano era talmente prossima alla battigia che il piccolo Cola crebbe in simbiosi totale con l’ambiente marino, tanto da trascorrere buona parte del suo tempo tra le onde, nuotando per lunghi tratti in solitudine e immergendosi fino a profondità proibitive. Il suo fisico, forte e scattante, non conosceva stanchezza, i suoi polmoni sembravano adattarsi alle apnee più protratte, ignorava il freddo e i marosi. In qualunque stagione era in acqua, esplorava le coste frastagliate della sua terra e gli abissi fin dove la luce del sole arrivava e, a suo dire, anche dove l’oscurità era completa. Il ragazzo venne pertanto denominato “Cola Pesce” dai suoi compaesani prima e da tutta la popolazione siciliana in seguito, quando la fama che lo circondava si sparse per tutta l’isola.
La passione di Cola per il mare procurava non pochi problemi alla sua famiglia, che viveva del pescato. Era tale e tanto l’amore che il giovane nutriva per il mare e le sue creature che di nascosto rimetteva in acqua, per farli vivere, molti dei pesci che i suoi fratelli catturavano.
Più il tempo passava e più stretto diventava il suo legame con la dimensione marina. Come aveva fatto Giona, anche lui si faceva divorare da grossi pesci che lo depositavano sulle rive di terre lontane e in paesi misteriosi e sconosciuti, da dove egli ritornava raccontando le cose meravigliose che aveva visto e dei tesori immensi che giacevano sul fondo del mare.
A riprova di ciò mostrava oggetti preziosi, monete, perle, vasellame finemente cesellato, che egli aveva raccolto esplorando i relitti di velieri inabissati.
Finché l’eccezionalità delle sue imprese non arrivò all’orecchio dell’imperatore, che volle conoscerlo. Un bel giorno la nave regale gettò l’ancora al largo del villaggio marinaro dove abitava Cola Pesce con la famiglia. “Vediamo se riesci a ripescare questa!” lo sfidò Federico, lanciando in acqua una coppa d’oro. Senza esitare, il ragazzo si tuffò nelle acque profonde e di lì a poco riemerse con l’oggetto prezioso. Per diverse volte esaudì il volere di Federico, riportando a galla monete e gioielli, anche minutissimi, che l’imperatore faceva cadere in acqua. “E ora fammi sapere – aggiunse il monarca – sopra cosa poggia l’isola di Sicilia su cui regno”. “Bene, maestà! Lo farò volentieri per voi”.
Ed ecco di nuovo Cola Pesce sparire nelle acque blu scuro dello Ionio. Questa volta l’immersione fu molto più lunga, tanto che tutti credettero che il ragazzo fosse morto. Ma questi all’improvviso sbucò dall’acqua e annunciò trionfante: “Ce l’ho fatta, maestà! L’isola di Sicilia poggia su tre colonne: due sono di pietra e una è di fuoco”. L’imperatore rimase talmente colpito dalle prodigiose qualità del giovane pescatore da volerlo presso di sé a corte. Appena i molteplici impegni reali glielo consentivano, Federico si tratteneva a lungo ad ascoltare i favolosi racconti di Cola. Amante delle scienze naturali e misteriche, si faceva descrivere nei dettagli le creature che popolavano gli abissi, le abitudini e i meccanismi delle loro esistenze in ambienti lontani e diversi da quelli della terraferma. Quali leggi governavano quel mondo? E come poteva un uomo carpirne i segreti tanto da acquisire la capacità di vivere a suo piacimento ora in forma umana ora assimilato agli abitanti dell’oceano? Inesauribili erano le meraviglie che il ragazzo dispiegava all’ascolto e alla fantasia mai appagata del sovrano.
Di natura ben diversa era l’interesse che alcuni cortigiani nutrivano per quello strano pescatore in grado di recuperare dal mare ogni sorta di tesori. Ma come sottrarlo all’attenzione dell’imperatore? Si pensò a un infallibile e collaudato espediente: la bella contessina Irene venne messa alle costole dell’ingenuo Cola, il quale se ne invaghì. Con la scusa di uscite romantiche in barca, Irene costringeva lo spasimante, con moine e lusinghe, a tirar su dal fondo monete, gioielli, perle, coralli e antichi reperti di inestimabile pregio e valore.
Dall’avidità insaziabile alla sete di potere, il passo fu breve. Inebriati da tanta ricchezza, quei nobili ordirono una congiura contro l’imperatore. Scoperti, confessarono le loro intenzioni, scagionando però il candido Cola Pesce. Il quale, benché reintegrato nella stima di Federico, non riuscì più a sentirsi a suo agio in un ambiente in cui persino l’amore veniva dissacrato dagli intrighi e dalla cupidigia. Fu così che il giovane, pur restando in amicizia con l’imperatore, si isolò gradualmente dalla corte e dalla fanciulla che tanto lo aveva ingannato. Lo si vedeva spesso camminare solitario sui moli del porto o lungo gli arenili, scrutando il mare con ansia. Un giorno, dalle onde in burrasca emerse un pesce gigantesco che si portò a pochi metri dalla riva. Qui si fermò, spalancando la grande bocca. Cola, sfiorando appena il ribollire dei marosi, entrò fiducioso nella cavità rutilante e profonda. Rapidamente le fauci si richiusero e lo strano animale, metà balena e metà drago, guadagnò il largo inabissandosi. Da allora nessuno vide più Cola Pesce.
Qualcuno disse che aveva raggiunto il regno di Oceano, dove aveva sposato una sirena, o la figlia stessa del re del mare. Altri affermavano con sicurezza che egli un giorno sarebbe tornato sulla terraferma a governare il mondo. Ciò sarebbe avvenuto, ipotizzavano, quando gli uomini finalmente avrebbero conosciuto la giustizia e l’amore.

arancine

1 Ottobre 2006 8 commenti


La gastronomia sicula è un ponte tra la penisola italiana e le altre terre mediterranee.
Gli arabi hanno introdotto, attraverso la Sicilia, molti cibi, spezie, frutti, che poi sono andati ad arricchire le dispense non solo italiche, ma anche di tutta Europa.
Il riso – arrivato dall’Oriente – rimane nella cucina locale soprattutto nei deliziosi arancini, grosse pallottole di riso, lessato e colorito dallo zafferano, farcite di uno speciale raguù di carne, impanate e fritte. Numerose sono le paste, il cui condimento si sbizzarrisce con sughi alle sarde, alle melanzane, alle zucchine, ai peperoni, al tonno, alle seppie e alla ricotta.
Le verdure, abbondanti nell’isola, si ritrovano fritte, ripiene, in agrodolce o nelle gustosissime caponate.
La pescosità delle coste consente una presenza notevole di piatti di mare come la zuppa di pesce, le braciole di tonno, le alici all’arancia, le sarde al beccafico, le costolette di pesce spada e un cuscus di pesce. Tra le carni primeggiano gli ovini come è costume nella maggior parte delle coste mediterranee.
E nel reparto della pasticceria che il ricordo della presenza araba è più vivo: antiche ricette che sanno d’Oriente sono all’origine dei famosi cannoli ripieni, della squisita cassata, delle pignolate, delle paste di mandorla e delle deliziose granite.

arancine

Ingredienti: per 6 persone

gr. 300 di riso
gr. 70 di burro
2 cucchiai d’olio d’oliva
3 cucchiai di grana grattugiato
3 uova intere
un pezzetto di cipolla affettata
gr. 100 di polpa di manzo macinata
un pizzico di funghi secchi ammollati tritati grossolanamente
gr. 100 di pi selli sgranati freschi (o surgelati o in scatola)
un cucchiaino colmo di concentrato di pomodoro
2 bocconcini di mozzarella o altro formaggio tenero
sale
pepe
pangrattato
olio per friggere

preparazione

In un tegame imbiondite la cipolla in gr. 20 di burro e nell’olio, rosolate la carne e, appena asciutta, aggiungete piselli e i funghi; fate insaporire, versate il concentrato sciolto in un mestolo d’acqua calda, salate, pepate e cuocete finchè la salsa sarà ben addensata. Frattanto lessate il riso in mezzo litro di acqua bollente salata, aggiungendone dell’altra durante la cottura, in modo che il riso, quando sarà cotto al dente abbia assorbito tutto il liquido. Aggiungete subito il rimanente burro, formaggio grattugiato e un uovo amalgamate bene e fate intiepidire rimescolando spesso. Prendete delle cucchiaiate di riso, mettetele nell’incavo della mano, riempite il centro con un pò di ragù e un pezzetto di mozzarella, richiudete con altro riso e formate delle pallottole; passatele nelle uova sbattute e poi nel pangrattato. Friggete gli arancini, pochi per volta e, appena dorati, scolateli e teneteli in forno moderato finchè saranno tutti pronti. Serviteli.

musicanti

10 Settembre 2006 8 commenti


…i musicanti prima di salire sul palco al concerto di alcamo nella manifestazione “calice sotto le stelle”

trinacria

20 Agosto 2006 Nessun commento


il simbolo della sicilia

cannoli

17 Agosto 2006 3 commenti


INGREDIENTI:

Per 4 persone:
500 gr Ricotta fresca
270 gr Zucchero
150 gr Farina
20 gr Cacao in polvere
20 gr Burro
1 Uovo
1 Cucchiaio Marsala
1 Cucchiaio Amido
1 Bicchiere Latte
Zuccata
Scorza Arancia
Cioccolato a pezzi
Zucchero a velo
Pistacchi
Olio d’oliva extravergine
RICETTA:

Prepare la pasta per le “scorze” impastando la farina, il cacao, 20 grammi di burro, l`uovo, lo zucchero ed aggiungere il cucchiaio di Marsala.

Fare un impasto omogeneo e farlo riposare per un’ora.

Spianarlo e ricavare dei quadrati di da avvolgere diagonalmente attorno a tubi dei latta.

Bagnare le estremità farle aderire.

Friggere in olio abbondante.

Appena le scorze saranno dorate, farle asciugare e freddare e staccarle dai tubi

Riempirle con la ricotta passare al setaccio ed unita all’amido, coagulato nel bicchiere di latte, allo zucchero, ai pezzetti di pistacchio, di zuccata e di cioccolato.

Decorare ogni singolo cannolo con scorza d’arancia candite e spolverate con zucchero a velo.

la cura

28 Luglio 2006 9 commenti


Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Riferimenti: www.imusicanti.com